Archive for the ‘STORIE’ Category

I Vecchietti

marzo 30, 2016
Racconto OWO a puntate. (OWO è acronimo di fantasia per Odd Weird Ominous)

Epifania

Aveva finito di riporre le decorazioni natalizie. L’aria fuori era quella tipica del gennaio laziale, fredda seppure non ancora rigida, tuttavia, in casa, il tepore emanato del pavimento radiante rendeva piacevole l’ambiente. Era stanco e assonnato. Sorbì quasi tutto d’un sorso un bicchiere d’acqua  prima di spegnere le luci per la notte ed andare a dormire. Dentro di se era compiaciuto per aver finalmente goduto, nelle feste appena trascorse, del soggiorno in quella casa che gli era costata tanto lavoro e fatica ma che cominciava a prendere forma. Si avviò quasi ad occhi già socchiusi verso la scala che conduceva alla zona letto al piano superiore. Con la coda dell’occhio, quasi inconsciamente, percepì qualcosa di strano che inizialmente non mise a fuoco chiaramente ma che bastò a metterlo in allarme. Troppo stanco per soffermarvicisi, archiviò mentalmente la cosa e proseguì verso la camera da letto.

La Casa

Il progetto della casa aveva preso una piega ambiziosa. In corso di realizzazione, la congiuntura economica aveva via via reso sempre più faticoso sostenerne le spese. Per questo, non appena concluse le opere maggiori, aveva liquidato l’impresa di costruzione ed aveva deciso di proseguire la realizzazione col solo aiuto di un operaio tuttofare. In questo modo, dopo due anni di fine settimana, festività e vacanze interamente dedicate al progetto, pur non avendo concluso del tutto i lavori, era finalmente arrivato almeno a poter chiamare il resto della famiglia, composta da moglie, due figli e un cane, a trascorrere nella grande dimora le festività natalizie.Non sempre confortato da una reale comprensione di quanto lavoro di progetto e di realizzazione ci fosse dietro ogni singola cosa, di quanto fosse stato folle ed entusiasmante improvvisarsi carpentiere, muratore, piastrellista, idraulico, elettricista, giardiniere, aveva però incassato una sostanziale approvazione testimoniata dal fatto che la moglie si era lanciata in una serie di inviti nei quali a sua volta descriveva agli amici quanto lavoro c’era voluto per arrivare a quel punto.

Il vecchietto

La strada che conduceva alla casa era una traversa isolata e chiusa. Per questo, non era percorsa usualmente se non dai pochi abitanti del posto, dai loro visitatori e da qualche raro passante curioso o perdutosi. Non poté quindi fare a meno di notare un vecchietto che ripetutamente percorreva la strada senza andare in alcuna delle abitazioni che vi si affacciavano. Si limitava a camminare fermandosi ogni tanto, ora ad un cancello, ora ad osservare una siepe fiorita.  Pareva innocuo e perbene e pertanto non se ne preoccupò più di tanto. La faccenda andò avanti per qualche giorno, sempre allo stesso modo salvo la comparsa nelle mani dell’omino di un blocco notes sul quale, di tanto in tanto, con una matitina del tipo di quelle a disposizione da IKEA,  traciava un segno di spunta.

 

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N+1

novembre 23, 2011

Dopo aver visto la luce, era stato inserito nel programma di training e, al primo tentativo, era già riuscito a superare i test preliminari per diventare operativo. Di gran lunga meglio dei suoi predecessori. Immediatamente, gli venne assegnato il kit con le consegne. Era una occasione unica: aveva a disposizione più possibilità di successo di chiunque altro prima di lui nel trovare la soluzione all’enigma che era rimasto finora irrisolto: portare avanti la conoscenza sul termine della “serie definitiva”. 1, 2,… Comincio a leggere la sequenza che scorreva sempre piú rapida e sempre piú complessa sul display cercando di afferrarne il senso e di anticiparla. 368. Sapeva che, a un certo punto, si sarebbe fermata ed il suo compito era quello di inserire il valore successivo che, da quel momento in poi, sarebbe entrato a far parte della sequenza che altri dopo di lui avrebbero dovuto comprendere e far avanzare ulteriormente. Almeno, questo gli era stato fatto capire. 16876667. Lottava contro il tempo e contro una vita spesso troppo breve per arrivare al traguardo. 53665318. Si sarebbe interrotta prima la sequenza o la sua esistenza? Completamente preso dal suo compito, non aveva il tempo di soffermarsi su questi pensieri. 90990739. I numeri scorrevano, ancora incomprensibili nella loro essenza, e il suo tempo terreno stava avvicinandosi al termine. 687592365. Ormai le forze lo stavano abbandonando e non era piú cosí sicuro che il tempo guadagnato all’inizio gli sarebbe servito a portare a termine con successo il suo compito. Nel frattempo però gli sembrava di aver intravisto uno schema nella sequenza e … Una fitta lancinante lo attraversò. Era la fine?. 999999999998. Pochi istanti e tutto sarebbe finito. Si sentiva ispirato, rassegnato, in pace.
Pensò: “999999999999”. Sul display comparve 999999999999! E poi nulla. Con le ultime forze rimaste registrò 1000000000000, sorrise e si spense.
Il professore della prima media consegnò allo studente il risultato del compito commentando: finalmente una sufficienza, era ora!
Compito: programmare ed eseguire una routine che conteggi da 1 a N con N=mille miliardi.

Chilometri zero

novembre 19, 2011

Strisce di pelle di caribù, masticate per la concia da donne, con denti consunti, già vecchie a trent’anni.
Cascate e precipizi sulle Ande. Anaconde che scivolano silenziose fra le acque di fiumi oleosi di vegetazione.
Sabbie dorate e sconfinate di un deserto, serpenti e scorpioni,nascosti sotto le pietre, pronti a scattare con le loro armi avvelenate.
Guerrieri Sikh con i loro lacci per strangolare e i loro kriss dalla lama ondulata che infliggono ferite che non si rimarginano.
Squali come fredde e implacabili macchine di morte, pronti a infierire su chi invade il loro territorio: l’intero oceano.
I riti sanguinari del popolo dalle piume arcobaleno sulle gradinate delle piramidi di Tenochitlàn.
Tutto questo, ed altro ancora, so senza averlo visto.
Nei libri, prima ancora che nei documentari, ho imbevuto i miei ricordi e ora é come se avessi vissuto tutte quelle cose.
Poco importa se non sono mai stato sulle Ande, nel deserto o sul Pack: quelle cose sono ormai dentro di me, attraverso le parole di chi le ha vissute o, addirittura, di chi, come me, le ha solo sognate o immaginate.
E cosí, anche i bastioni di Orione diventano miei.

L’armadio armonico di Massimo Calabrese e tutto quello che ne segue

gennaio 26, 2011

Parlo di Massimo perché, a distanza di anni da quando occupavamo con alterne fortune i banchi del liceo scientifico statale Isacco Newton, credo di aver capito ciò che lo rendeva allora e, mi viene da dire ora, a ragione, il centro di gravità intorno al quale succedevano le cose. Ci siamo ritrovati dopo, credo, trent’anni di assoluto distacco e sebbene avesse toccato il successo e lavorasse nel “rutilante ambiente dello spettacolo”, era rimasto il ragazzo di sempre, con salde radici. Una per tutte, era stabilmente legato alla stessa ragazza che frequentava al liceo e ancora faceva gruppo con un nucleo di irriducibili compagni di scuola, ognuno con una vita diversa, direi, più “normale”. Conobbi anche suo padre, dentista e pittore (che abbinamento!) e, scopro ora, anche evidentemente amante della chitarra. Ricordo di averlo osservato un pomeriggio mentre trafficava col nastro adesivo delimitare con precisione le linee di un dipinto astratto nello studio atelier che ora é diventato studio musicale. Rari e brevi incontri che mi lasciarono però l’impressione di un uomo di molteplici interessi, vivace, aperto e alla mano. Credo che senza il padre non ci sarebbe stata la musica ( le parole di Massimo e Piero, suo fratello maggiore, me lo fanno pensare), senza la musica non ci sarebbe stato Massimo, almeno così come lo ho conosciuto, senza Massimo, non ci sarebbe stata la Quinta D, almeno così come la ho conosciuta, e senza la Quinta D …
In due parole, Massimo era per tutti un fratello maggiore. Forse aveva anche tecnicamente qualche mese in più ma, in realtà, non era l’anagrafe che pesava bensì il fatto che fosse più maturo. Noi, ragazzini ancora nella bambagia delle famiglie, lui che già girava con la band di cui era anche forse il più piccolo e quindi cresciuto più in fretta. Oggi Massimo e Piero scrivevano così:

Massimo: “Scrivo canzoni e suono il basso, e se tu mi chiedi “da quanto tempo?” rispondo “boh”, da sempre? Ma anche il “sempre” ha un inizio: è tutto cominciato per colpa di un armadio armonico, un armadio armonico? Si un armadio armonico!
Nonostante sia nato e cresciuto in una casa grandissima, con tante stanze, mio fratello ed io abbiamo sempre voluto dormire insieme.
Nella stanza “dei ragazzi” c’era un armadio, e dentro l’armadio, da sempre infilata tra i cappotti, una chitarra: la MOGAR rossofuoco elettrificata di papà. Le ante erano a scorrimento ed ogni volta che si apriva o si chiudeva l’armadio le corde della chitarra risuonavano, ma per me era l’armadio a risuonare nella stanza, ed io gli andavo dietro cantando sull’armonia dell’armadio!…e quanto mi piaceva questa cosa. Tutto il mio percorso musicale è partito da lì, da quell’armadio armonico! Di canzoni ne sono state fatte tante e tanto ho suonato il basso, ed ora che mi ritrovo di nuovo a scrivere qualcosa per lui, ho la stessa voglia, la stessa curiosità di sempre e lo stesso entusiasmo.
Le persone, con cui mi confronto, sono fantastiche e stimolanti…inizi la corsa, lasci il testimone alla fine di una strofa e, come in una staffetta, viene raccolto dal compagno e diventa un ritornello e poi di nuovo una strofa, un gorgheggio, un riff di chitarra, un giro di basso, un accordo di piano (l’amico ritrovato)…e si arriva al traguardo; sarà stata una bella corsa? Non puoi saperlo subito, però sei sudato, hai dato tutto. Il giorno dopo guardi il “replay” e scopri se sia stata una gara convincente…avrà funzionato, ancora una volta, l’armadio armonico? forse si, forse no…ma senza di lui, chissà se avrei mai cominciato a correre.”

Piero: “… ricordo che quell’armadio lo vedevamo con diffidenza.Aprirlo con circospezione,per non fare entrare in risonanza le corde! E poi un bel giorno arrivò il coraggio di prendere in mano quella indimenticabile Mogar. I primi accordi,i primi tentativi,i primi gruppi,i primi chilometri,e poi altri chilometri, e poi gli anni, i mesi, i giorni, e ancora chilometri,la musica sopra e sotto e dentro e fuori di noi.
La vita ,certo, non è tutta qui, ci sono cose importanti anche di più,ci sono le persone che ami,i figli che arrivano e i padri che purtroppo un giorno triste, ti devono lasciare,ma che ti lasciano dentro tanto calore,tante cose in comune,tanta voglia di continuare a non deluderli, e anche una Mogar rosso fuoco chiusa in un armadio che non apriremo più.”

Tutto ha un inizio, per quanto lontano e improbabile, ma ogni corda del piano ha un unico tasto che la fa vibrare. Lo stesso armadio e lo stesso mistero del suono che ne scaturiva non avrebbero sortito lo stesso effetto su chiunque (anche se pare che anche Piero ne sia stato “vittima”). C’é qualcosa in quello che siamo che aspetta solo di essere spinta ad uscire allo scoperto, un segnale per andare alla carica. Una chitarra in un armadio o un satellite di latta, uno schizzo su un foglio, un libro di storielle o, ancora, il primo diario su cui scrivere poesie e pensieri di bambina. Ognuna di queste cose può essere fonte di ispirazione per alcuni o un semplice accidente per altri, essere il seme per musicisti, ingegneri, scrittori, architetti e giornalisti oppure, nella migliore delle ipotesi, un piacevole passatempo. Per trasformare passatempi in passioni, passioni in mestieri, mestieri in arti, occorre la capacità di essere maturi da ragazzini, quando bisogna trovare costanza e coerenza nel perseguire il proprio sogno, e ragazzini da adulti quando, per continuare a sognare, occorre trovare la voglia della sfida e del rimettersi in gioco senza paura. Giorno dopo giorno, anno dopo anno. E perché questo non finisca nel nulla, occorre dare densità crescente al presente sicché, andando avanti con gli anni, il futuro possa sempre pesare di piú del passato. Unica condizione perché valga la pena di continuare a vivere. Parlo a ragion veduta poiché in Massimo, in me e nei miei fratelli ho trovato tutto questo.

UNA FESTA A META’ (racconto)

novembre 17, 2010

Racconto di Vincenzo Messina

Dalle 00:55 era iniziato il giorno del suo compleanno. La sveglia suonò alle 4:20. Spegnerla, ingoiare le medicine sul comodino ed alzarsi, fu un tutt’uno. Entro un’ora sarebbe dovuto uscire di casa per raggiunere l’aeroporto. Muovendosi il più possibile in silenzio si chiuse dietro la porta della camera da letto e si assicurò che anche le altre stanze fossero chiuse prima di accendere le luci del bagno e della cucina. Dopo sei mesi di quella routine aveva messo a punto una sequenza di azioni meccaniche che, di lì a poco, l’avrebbero portato a chiudersi alle spalle la porta di casa senza, si spera, dimenticare nulla.

Accese la macchina del caffè, stacco il telefono dal caricatore e infilò quest’ultimo nella valigia, pronta dalla sera prima in corridoio. Mise in macchina il primo espresso del giorno e lo portò in bagno dove sorbendolo controllò i messaggi sul telefono arrivati nelle poche ore trascorse dalla fine della sera prima. Già altri amici nottambuli avevano cominciato a inviare i loro messaggi di augurio. Sorridendo, decise di rispondere ad ognuno con una battuta sipritosa, affettuosa, o un semplice grazie a seconda della circostanza. Dopo essersi sbarbato meticolosamente con il rasoio a mano, adatto alla pelle riposata da un paio di giorni di studiata trasandatezza, si infilò nella doccia e, data l’ora, si trattenne dal fischiettare come suo solito. Grazie alla organizzazione che si era imposto, prodotti, oggetti da toilette e vestiti erano tutti in ordine e a disposizione. Uscì quindi dal bagno col telefono già nella tasca sinistra dei pantaloni e la tazzina del caffè in mano che, forte dell’esperienza, evitò con cura di inclinare, anche se apparentemente vuota,  prima di posarla sul tavolo della cucina. Nel suo avvicinamento progressivo all’esodo, spense la luce del corridoio e si affacciò di nuovo alla camerà da letto sussurrando “ciao, io sto per uscire”. Ad una risposta, si sarebbe avvicinato per un bacio di saluto ma il silenzio gli fece richiudere la porta.

5:08, era tempo di un ultimo caffè. Posizionò la stessa tazzina già usata e mise in azione la macchina Nespresso. Andò a prendere l’iPad  e cominciò a scaricare il giornale per averlo a disposizione in aereo. Finì di sorbire il suo “Ristretto” che erano ormai le 5:18. Si spense le luci alle spalle, infilò giacca e soprabito e, cercando di tenere entrambe le borse in una sola mano per manovrare porte e ascensore, uscì di casa.

La trasferta sarebbe stata breve e aveva programmato di usare la macchina anzichè un taxi.

Fuori era buio e pioveva. Una volta in macchina, cercò sul telefono la conferma del numero di prenotazione del parcheggio dell’aeroporto per averlo a disposizione al momento di entrarci. Mise in moto e partì. La radio trasmetteva una canzone di Carmen Consoli nel suo stile affascinante ma, a dire il vero, un po’ deprimente. Non cominciava bene!

Forte dell’iPad, il suo nuovo giocattolo che gli consentiva di avere a disposizione il giornale in 25 centimetri di larghezza, aveva cominciato a privilegiare la comodità di essere il primo nella fila a quella di attendere in sala VIP e si era perciò diretto subito verso la zona di imbarco.  Uno squillo del telefono del gate e l’atteso annuncio: “ signore e signori, imbarchiamo ora il volo AZ ….”

Una volta seduto nel suo posto di corridoio, attese che l’imbarco fosse completato per essere sicuro che tutti i suoi vicini di fila fossero entrati, quindi si allacciò la cintura di sicurezza e attese il decollo cercando di sonnecchiare per mitigare i postumi della levataccia. Aveva messo a punto negli anni quella che chiamava “una tecnica da astronauta” che gli consentiva di isolarsi completamente dall’ambiente esterno e di svuotare la testa dai pensieri raggiungendo uno stato di rilassamento rigenerante completo. Nei viaggi aerei, si era programmato di sfruttare questa capacità fino al raggiungimento della quota di crociera quando un suono annunciava la possibilità di accendere gli apparati elettronici e, per lui, di accendere l’iPad e leggere le notizie.
Quel giorno, però, la testa non voleva saperne di spegnersi.

“Oggi è il mio compleanno ma, che significato ha? Su Mercurio sarei molto più vecchio e su Giove più giovane. Che relazione c’è fra gli anni solari e l’età? Nessuna! Contano molto di più le tappe della vita
…” e, infatti, si ritrovò a sforzarsi di ricordare dei suoi precedenti compleanni. Buio completo! Non riuscì a farne riaffiorare neppure uno e questo non fece che acuire la sensazione dolorosa che da qualche tempo gli provocava il dubbio che, con l’età, stesse pericolosamente perdendo la memoria. Certo, i compleanni non sono di per se importanti, si disse, ci sono momenti che ci rimangono impressi molto di più perché, quelli sì, hanno significato qualcosa!

Andò indietro con i ricordi e cercò di aprire le scatole immagazzinate nel suo archivio delle memorie:

Un raggio di sole che l’infastidiva mentre, sprofondato nella poltrona rivestita di sky nero, leggeva su una enciclopedia per ragazzi la storia di Sigfrido e l’anello dei Nibelunghi o di Ercole, Deianira e il perfido e terribile centauro Nesso. Ricordava anche che la poltrona era stata rivestita in nero ma un tempo era stata ricoperta da una tessuto in fantasia anni ’60. Ripensò a pomeriggi d’estate, giocando a fare il grande, durante il “pisolino” dei genitori, culminando, come in un rito di iniziazione, nell’atto coraggioso di apparecchiarsi sotto il tavolo di marmo della cucina per mangiare uno spicchio d’aglio crudo, con gli occhi lacrimanti e un alito orgogliosamente fetido. Il carretto costruito con stuzzicadenti e pale di fico d’India, il cestino ottenuto tagliando ad arte la buccia di mandarino ed estraendone, curando di non romperla, il frutto. Una cinghia di tela gommata con cui riusciva a malapena ad avvolgercisi un braccio ma rappresentava ora una tuta da astronauta, ora uno scafandro da palombaro. La volta che, ancora bambino, giocando nel letto col babbo, dichiarò che avrebbe fatto l’ingegnere, proposito che poi aveva mantenuto.

Poco di quello che gli passava per la testa era recente. La folla di immagini che lo avvolgeva era più fitta man mano che si addentrava nel passato. Questo non faceva che insinuare sottilmente la sensazione degli anni che scorrevano. Sapeva che infatti, era proprio questa propensione fisiologica a ricordare il passato che contraddistingueva la terza età e che portava molti personaggi storici a scrivere la proprie memorie. Scacciò infastidito questo pensiero e si sforzò di concentrarsi sulla nascita, un po’ più recente, di suo figlio. Bene, il ricordo era vivido e questo lo tranquillizzò un poco.

Il segnale aveva suonato e il personale di bordo stava passando con il carrello del ristoro. Aprì il tavolinetto, si accese l’iPad e, dopo aver declinato l’offerta dell’hostess, si mise a leggere le notizie.

Ore 8:10. L’aereo, sobbalzando di tanto in tanto sulle commessure dell’asfalto, si avvicinava all’area di parcheggio. Il posto di corridoio gli dava la possibilità di alzarsi e guadagnare rapidamente l’uscita, non gli consentiva però una visuale agevole verso l’esterno. Cercava così di indovinare, dal poco che riusciva a vedere dagli oblò, se sarebbe attraccato al finger o se gli sarebbe toccato un ulteriore trasferimento sulla navetta. Anche se aveva calcolato che la differenza in termini di tempo non era significativa, preferiva di gran lunga sfruttare la vicinanza all’uscita dei posti avanti piuttosto che doversi intruppare nuovamente e dover attendere l’esodo di tutti i passeggeri. Fu soddisfatto quando capì che, anche quella mattina, avrebbe evitato questo piccolo fastidio. Raccolse le sue cose e rifece mentalmente l’inventario: valigia, borsa computer, giacca, soprabito, occhiali, portafogli, iPad, … Ricontrollò la tasca destra della giacca per assicurarsi che ci fosse il tagliando del parcheggio che, qualche viaggio prima, per cercarlo, gli aveva fatto perdere mezz’ora all’arrivo essendo stato messo in un posto diverso.

All’uscita, riconobbe l’autista che l’attendeva. Si salutarono e, con un po’ di riluttanza, gli cedette la valigia che l’altro cortesemente si offriva di portargli. Sorrise fra se e se pensando come questi, la prima volta che aveva preso servizio qualche settimana prima, l’aveva alleviato, deciso, della borsa del computer che aveva scoperto poi pesare in modo insospettabile, a dispetto della dimensione. La volta successiva aveva provato con la valigia e da allora doveva aver concluso che quest’ultima pesava molto meno e gli faceva fare più bella figura.

Una volta accomodatosi sul sedile posteriore della macchina, ricordò di non aver riacceso il telefono. Appena inserito il codice per abilitare la funzione radio, l’apparecchio cominciò a ronzare quasi ininterrottamente per diversi secondi, segno che durante il volo dovevano essere arrivati diversi messaggi. Attese che questa ondata di segnalazioni terminasse prima di decidere di guardare di che si trattava.
Le notifiche erano per la maggior parte provenenti da facebook dove gli amici continuavano a mandare messaggi di auguri. Rispose ad ognuno mentre la macchina si faceva lentamente strada nel traffico delle tangenziali milanesi.

Quando arrivarono alla sbarra di accesso al parcheggio interno della Società, era ancora presto e nessuno rispondeva al citofono. Avrebbe potuto aprire con il suo badge ma poi per l’autista si sarebbe ripresentato il problema all’uscita. Propose quindi di fermare lì la corsa e fece a piedi il percorso che lo separava dall’ingresso.

La giornata cominciò praticamente subito, appena posati i bagagli, con una riunione a cui man mano si aggiungevano altri partecipanti. Il susseguirsi degli impegni, in parte programmati, in parte imprevisti, continuò per tutta la giornata, interrotto solo dal pranzo in mensa, anche questo consumato per altro con alcuni colleghi con cui aveva finito per parlare di lavoro.

Aveva accettato da qualche giorno l’invito della sorella per una serata di festeggiamento a casa sua e da allora non si erano più sentiti. Data l’eccezionalità dell’occasione, dava però per scontato che, in assenza di disdetta esplicita, fosse tutto confermato. A metà pomeriggio comunque ricevette un SMS che, a scanso di equivoci, confermava l’appuntamento. La giornata si proseguì praticamente senza interruzioni fin oltre l’ora di uscita prevista e non gli diede neppure il tempo di andare a prendere le chiavi della macchina che il collega incaricato, ad un certo punto, gli venne a recapitare direttamente alla scrivania.

Facendo mentalmente il calcolo, decise che non avrebbe fatto in tempo a passare in albergo a cambiarsi e che, anzi, rischiava di fare tardi. Quando riuscì a guadagnare l’uscita del parcheggio, pioveva ancora. Individuò la Mercedes color melanzana dove l’aveva lasciata la settimana prima. Sistemò il navigatore sul supporto che aveva lasciato montato e mise in moto. Armeggiò alla sbarra col badge e, una volta fuori, provò a chiamare per avvertire la sorella dell’imminente arrivo. Il viva voce incorporato nel navigatore non dava però segno di funzionare. Rallentò quanto basta per riuscire a sfilare dalla tasca dei pantaloni il telefonino. Una rapida occhiata gli bastò per capire che si era scaricato quasi completamente. In effetti era un po’ che aveva smesso di ronzare di tanto in tanto. Poggiò l’apparecchio sul sedile e cercò di concentrarsi sulla guida. Sebbene da sei mesi passasse più tempo a Milano che a casa sua, la città gli era praticamente estranea. I suoi spostamenti erano sempre guidati dal navigatore. Questo gli dava la tranquillità di sapere di poter arrivare ovunque, rispettando più o meno i tempi necessari, e dedicando parte della attenzione ad organizzare mentalmente il da farsi o telefonando. La contropartita di questa tranquillità, però, era che non si era mai concentrato realmente sulla mappa della città. Sapeva bene che, senza l’ausilio di quello strumento, avrebbe potuto girare per ore nella ragnatela del capoluogo lombardo senza costrutto. Giunse a destinazione che i negozi avevano chiuso da poco. Questa condizione era per lui essenziale dato che in zona il parcheggio era praticamente impossibile a meno di non riuscire ad inserirsi nel cambio fra negozianti e residenti. La pioggia continuava a scendere leggera, le luci gialle dei lampioni si riflettevano sull’asfalto bagnato. Il giallo era dominante. I negozi erano già tutti chiusi e le insegne colorate per la maggior parte spente. Qualche minuto di ritardo era bastato per perdere l’attimo propizio. Intorno, le macchine avevano già l’andatura circospetta e nervosa dei ritardatari che cercavano di individuare qualche segno di auto in uscita dai parcheggi e quasi pedinavano i passanti frettolosi nella speranza che fossero automobilisti in partenza. Era ancora in leggero anticipo sull’ora dell’appuntamento e si mise quindi a fare a lenta andatura giri concentrici sempre più larghi in cerca di un posto dove lasciare l’auto. Dopo venti minuti era ancora lì. Montava un leggero nervosismo soprattutto per la concomitanza del ritardo e dell’impossibilità di avvertire con il telefono fuori uso. Il posto in curva, disdegnato al giro precedente, era nel frattempo stato occupato. Un paio di spazi sul marciapiede che, seguendo l’andazzo di altre macchine, aveva provato ad occupare, li aveva poi abbandonati essendosi reso conto del fatto che erano in prossimità di altrettante uscite antincendio. Dopo quarantacinque minuti di ricerche infruttuose, la sua soglia di accettazione dell’inciviltà si era abbassata notevolmente. Individuò un altro parcheggio, su un marciapiede già ben farcito di automezzi, e decise di rischiare. Dovendo lasciare i bagagli in macchina, era preoccupato del disagio che gli avrebbe causato una rimozione del veicolo. Per questo chiese ad alcuni passanti se, per loro esperienza, questo fosse un evento probabile. Solo parzialmente rassicurato, si avviò verso il portone di ingresso, ad alcuni isolati di distanza in una strada del quartiere. Al citofono non rispondeva nessuno. Era successo altre volte e col telefono aveva sempre risolto il problema ma quella volta non era possibile. Si rassegnò ad attendere che qualcuno entrasse o uscisse e, dopo un po’, arrivò un giovane cinese alto e magro che infilò senza fermarsi un ingresso pedonale, aperto e ben mimetizzato. Scambiando due parole con il giovane, ridendo per la situazione, entrò e fecero senza parlare un tratto di percorso insieme.

La sorella gli aprì dopo una piccola attesa. In mancanza di notizie non aveva ancora investito tempo nell’apparecchiare. Dopo i saluti, mentre lei si affaccendava, cominciarono come al solito ad accavallare un discorso con l’altro mescolando lavoro, famiglia, politica, libri, tecnologia, attività, viaggi. Intanto le pentole fumavano sui fornelli. La vita da single l’aveva portata a crearsi una sorta di surrogato di famiglia leggero e allargato composto dalla pasticcera, l’edicolante, il macellaio, i colleghi di lavoro più stretti. Questo faceva sì che, pur non essendo una casalinga e passando gran parte del tempo fuori casa, riusciva sempre ad organizzare qualcosa di particolare. Questa volta era la pasta in edizione limitata trafilata in oro, i datteri di importazione a mano quasi freschi e della dimensione di albicocche, il cotechino di maiale laureato alla Normale di Pisa e, dulcis in fundo, la torta che la pasticcera le aveva fatto appositamente nel suo giorno di chiusura tenedogliela poi da parte nel frigorifero di casa.
Armeggiando con cavetti ed elettrodomestici vari, lui era riuscito in qualche modo a ricaricare parzialmente il telefonino. Lo usarono per immortalare con la fotocamera incorporata il piccolo festeggiamento. Singolare che lei, probabilmente abituata a viaggiare sempre con il fotografo al seguito, non avesse altri mezzi più idonei a disposizione. Nel corso della serata avevano anche trovato qualche minuto per chattare al computer con la moglie e cognata, anche lei priva di notizie e forse preoccupata nel sapere del ritardo all’appuntamento, scambiandosi in poche righe i fatti del giorno. La serata trascorse piacevolmente fino a tardi e, dentro di sè, pensava che quell’idea della sorella lo aveva salvato dalla solita serata solitaria che, in quel giorno particolare, gli sarebbe stata particolarmente pesante.

Al momento di congedarsi, fuori diluviava. Lui era sempre organizzato ma detestava portare con se troppe cose. Gli ombrelli rientravano per l’appunto nel suo concetto di “troppo” e confidava nella protezione del suo impermeabile. Lei invece non volle sentire ragioni e si impose per accompagnarlo alla macchina che, grazie alla sua migliore visione della topologia cittadina, risultò essere più vicina del previsto.
Sul parabrezza, della carta bagnata ostacolava la visuale. Una volto rimossa si rivelò essere una multa illeggibile, presumibilmente per sosta vietata. Chi, di notte, con quel tempo da lupi e in una strada fuori dalle rotte dei turisti, si era preso la briga di far rispettare il codice proprio il giorno del suo compleanno? Chissà! Lo prese come un regalo da parte del Comune. Stese ad asciugare sul sedile i brandelli illeggibili di carta , mise in moto e si avviò verso l’albergo.
In camera disfece e sistemò i bagagli per la settimana, mise in carica il telefono, provò a fare il numero di casa ma, data l’ora tarda, dopo pochi squilli senza risposta, rinunciò e mandò un messaggio di buona notte che avrebbero trovato il giorno dopo. Sistemò la sveglia, si infilò nel letto e cercò di addormentarsi. Era l’una di notte e, tecnicamente, da soli cinque minuti era uscito dalle ventiquattro ore del suo compleanno.
Ripensò a come era iniziata la giornata, a come aveva trascorso decine di giorni uguali a quello senza mantenerne traccia e memoria. Ripensò al proprio lavoro che, a dispetto del suo proposito di bambino di costruire opere di ingegno, era dedicato a cose volatili che invecchiavano e perdevano interesse nel giro di pochi anni. Al suo anziano amico architetto, morto di tumore, che, girando per Roma, di tanto in tanto indicava un fabbricato dicendo: “quello l’ho fatto io”. A un amico cortese che gli aveva donato un ulivo, scoperto poi malato del suo stesso male, che si seccò quando lui si arrese. Ripensò al figlio che cresceva immerso in tecnologie estranianti e mondi virtuali, e dubitava che avvertisse la fortuna di aver passato con lui momenti di comunione e ammirazione come quelli che aveva avuto lui, bambino, con suo padre. Pensò alle tante persone incontrate che non lo avevano mai veramente conosciuto o dalle quali si era nascosto. Pensò alle tempeste di sentimenti che soffocava con una razionalità esasperata…

Accese il computer e cominciò a scrivere.