L’armadio armonico di Massimo Calabrese e tutto quello che ne segue

Parlo di Massimo perché, a distanza di anni da quando occupavamo con alterne fortune i banchi del liceo scientifico statale Isacco Newton, credo di aver capito ciò che lo rendeva allora e, mi viene da dire ora, a ragione, il centro di gravità intorno al quale succedevano le cose. Ci siamo ritrovati dopo, credo, trent’anni di assoluto distacco e sebbene avesse toccato il successo e lavorasse nel “rutilante ambiente dello spettacolo”, era rimasto il ragazzo di sempre, con salde radici. Una per tutte, era stabilmente legato alla stessa ragazza che frequentava al liceo e ancora faceva gruppo con un nucleo di irriducibili compagni di scuola, ognuno con una vita diversa, direi, più “normale”. Conobbi anche suo padre, dentista e pittore (che abbinamento!) e, scopro ora, anche evidentemente amante della chitarra. Ricordo di averlo osservato un pomeriggio mentre trafficava col nastro adesivo delimitare con precisione le linee di un dipinto astratto nello studio atelier che ora é diventato studio musicale. Rari e brevi incontri che mi lasciarono però l’impressione di un uomo di molteplici interessi, vivace, aperto e alla mano. Credo che senza il padre non ci sarebbe stata la musica ( le parole di Massimo e Piero, suo fratello maggiore, me lo fanno pensare), senza la musica non ci sarebbe stato Massimo, almeno così come lo ho conosciuto, senza Massimo, non ci sarebbe stata la Quinta D, almeno così come la ho conosciuta, e senza la Quinta D …
In due parole, Massimo era per tutti un fratello maggiore. Forse aveva anche tecnicamente qualche mese in più ma, in realtà, non era l’anagrafe che pesava bensì il fatto che fosse più maturo. Noi, ragazzini ancora nella bambagia delle famiglie, lui che già girava con la band di cui era anche forse il più piccolo e quindi cresciuto più in fretta. Oggi Massimo e Piero scrivevano così:

Massimo: “Scrivo canzoni e suono il basso, e se tu mi chiedi “da quanto tempo?” rispondo “boh”, da sempre? Ma anche il “sempre” ha un inizio: è tutto cominciato per colpa di un armadio armonico, un armadio armonico? Si un armadio armonico!
Nonostante sia nato e cresciuto in una casa grandissima, con tante stanze, mio fratello ed io abbiamo sempre voluto dormire insieme.
Nella stanza “dei ragazzi” c’era un armadio, e dentro l’armadio, da sempre infilata tra i cappotti, una chitarra: la MOGAR rossofuoco elettrificata di papà. Le ante erano a scorrimento ed ogni volta che si apriva o si chiudeva l’armadio le corde della chitarra risuonavano, ma per me era l’armadio a risuonare nella stanza, ed io gli andavo dietro cantando sull’armonia dell’armadio!…e quanto mi piaceva questa cosa. Tutto il mio percorso musicale è partito da lì, da quell’armadio armonico! Di canzoni ne sono state fatte tante e tanto ho suonato il basso, ed ora che mi ritrovo di nuovo a scrivere qualcosa per lui, ho la stessa voglia, la stessa curiosità di sempre e lo stesso entusiasmo.
Le persone, con cui mi confronto, sono fantastiche e stimolanti…inizi la corsa, lasci il testimone alla fine di una strofa e, come in una staffetta, viene raccolto dal compagno e diventa un ritornello e poi di nuovo una strofa, un gorgheggio, un riff di chitarra, un giro di basso, un accordo di piano (l’amico ritrovato)…e si arriva al traguardo; sarà stata una bella corsa? Non puoi saperlo subito, però sei sudato, hai dato tutto. Il giorno dopo guardi il “replay” e scopri se sia stata una gara convincente…avrà funzionato, ancora una volta, l’armadio armonico? forse si, forse no…ma senza di lui, chissà se avrei mai cominciato a correre.”

Piero: “… ricordo che quell’armadio lo vedevamo con diffidenza.Aprirlo con circospezione,per non fare entrare in risonanza le corde! E poi un bel giorno arrivò il coraggio di prendere in mano quella indimenticabile Mogar. I primi accordi,i primi tentativi,i primi gruppi,i primi chilometri,e poi altri chilometri, e poi gli anni, i mesi, i giorni, e ancora chilometri,la musica sopra e sotto e dentro e fuori di noi.
La vita ,certo, non è tutta qui, ci sono cose importanti anche di più,ci sono le persone che ami,i figli che arrivano e i padri che purtroppo un giorno triste, ti devono lasciare,ma che ti lasciano dentro tanto calore,tante cose in comune,tanta voglia di continuare a non deluderli, e anche una Mogar rosso fuoco chiusa in un armadio che non apriremo più.”

Tutto ha un inizio, per quanto lontano e improbabile, ma ogni corda del piano ha un unico tasto che la fa vibrare. Lo stesso armadio e lo stesso mistero del suono che ne scaturiva non avrebbero sortito lo stesso effetto su chiunque (anche se pare che anche Piero ne sia stato “vittima”). C’é qualcosa in quello che siamo che aspetta solo di essere spinta ad uscire allo scoperto, un segnale per andare alla carica. Una chitarra in un armadio o un satellite di latta, uno schizzo su un foglio, un libro di storielle o, ancora, il primo diario su cui scrivere poesie e pensieri di bambina. Ognuna di queste cose può essere fonte di ispirazione per alcuni o un semplice accidente per altri, essere il seme per musicisti, ingegneri, scrittori, architetti e giornalisti oppure, nella migliore delle ipotesi, un piacevole passatempo. Per trasformare passatempi in passioni, passioni in mestieri, mestieri in arti, occorre la capacità di essere maturi da ragazzini, quando bisogna trovare costanza e coerenza nel perseguire il proprio sogno, e ragazzini da adulti quando, per continuare a sognare, occorre trovare la voglia della sfida e del rimettersi in gioco senza paura. Giorno dopo giorno, anno dopo anno. E perché questo non finisca nel nulla, occorre dare densità crescente al presente sicché, andando avanti con gli anni, il futuro possa sempre pesare di piú del passato. Unica condizione perché valga la pena di continuare a vivere. Parlo a ragion veduta poiché in Massimo, in me e nei miei fratelli ho trovato tutto questo.

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